Psicologia Analitica: Teoria Junghiana

Psicologia Analitica: Teoria Junghiana

Con il termine Psicologia Analitica si definisce la psicologia del profondo elaborata da C.G. Jung che si staccò dal pensiero di Freud ritenendo la libido non limitata solamente alle manifestazioni pulsionali ma estesa alle espressioni culturali con finalità creative. Il simbolo non è più la manifestazione di un contenuto latente ma un’istanza operativa che promuove lo sviluppo e la trasformazione dell’uomo in vista del processo di individuazione che per Jung va ben oltre la guarigione.

I capisaldi della teoria junghiana sono:

  • Il simbolo e il processo di trasformazione. Jung distingue fra segno che corrisponde a qualcosa di conosciuto (torre = fallo; grotta = grembo materno) e simbolo che rimanda a qualcosa di sconosciuto per cui non c’è un’espressione razionale. La produzione simbolica, sia individuale che collettiva, nasconde un’eccedenza di senso superiore all’insieme di significati già codificati: tale eccedenza promuove le trasformazioni individuali e collettive (storiche). Per semplificare si potrebbe dire che l’energia libidica è superiore a quella necessaria per il semplice appagamento dei bisogni biologici dell’individuo, tale eccedenza può essere usata in modo diverso, creativo, culturale (secondo la definizione dello stesso Jung), modificando il corso della storia dell’individuo e dell’umanità.
  • Metodo finalistico. Il metodo causale (di Freud) utilizzato per arrivare alla spiegazione del disagio viene sostituito da quello finalistico, necessario per individuare cosa questo disagio oscuramente significhi. Non basta spiegare i sintomi come segni di destrutturazioni da ristrutturare, ma come simboli di trasformazioni da effettuare (visione prospettica). Se da una parte è un bene ridurre il sintomo alle cause originarie, dall’altra non si può limitare la psiche a questo: una volta determinate queste cause la psiche deve evolversi, trasformandole in un mezzo per raggiungere un fine, “espressioni simboliche di un cammino da percorrere”. Jung avvia un nuovo modo di interpretare i sintomi, i sogni e le fantasie: queste ultime ad esempio non sono la semplice espressione di un sintomo risultante dallo stato personale e fisiologico del paziente (spiegazione causale), rappresentano invece un simbolo che tenta, utilizzando materiali già esistenti, di determinare uno specifico obiettivo o linea di sviluppo (spiegazione finalistica). L’universo psichico è troppo vasto per essere spiegato in modo razionale: non basta chiedersi il perché delle manifestazioni psichiche, è necessario chiedersi a quale scopo si stiano palesando, cosa in realtà ci stiano indicando.
  • L’inconscio. Secondo Jung l’inconscio si forma prima della coscienza e il suo contenuto non è limitato ai prodotti della rimozione degli eventi passati: in esso è contenuto anche il “progetto di esistenza” e quindi il possibile futuro.

L’inconscio può essere rappresentato da alcune figure metaforiche:

  • L’anima: rappresenta la femminilità inconscia del maschio opposta alla sua virilità conscia; essa si manifesta nei sogni nella sua struttura archetipica di base (archetipo) oppure come madre, moglie, amante o figlia a seconda della figura femminile su cui ci si proietta.
  • L’animus: è l’elemento maschile inconscio presente nella donna; normalmente la congiunge al mondo dello spirito, ma se è troppo invasivo la rende ostinata, aggressiva, testarda, dominatrice.
  • L’ombra: è la parte negativa della personalità; è la somma delle qualità negative della personalità che vengono tenute nascoste, delle sue funzioni difettose e dei contenuti dell’inconscio personale.
  • La persona: è la maschera che si indossa per soddisfare le richieste dell’ambiente sociale; l’Io potrebbe utilizzare una maschera senza identificarsi in essa per non perdere se stesso. Persona e anima possono essere di segno opposto.

L’inconscio collettivo è per Jung uno strato più profondo dell’inconscio dove è depositato il patrimonio psicologico dell’umanità: è diverso da quello personale (che contiene prevalentemente contenuti rimossi) perché in esso vi sono contenuti che non sono mai stati conosciuti individualmente ma devono la loro esistenza esclusivamente all’ereditarietà. L’inconscio personale è costituito da complessi, quello collettivo da archetipi (forme a priori che organizzano l’esistenza e che sembrano essere presenti sempre e dovunque) che nella ricerca mitologica corrispondono ai motivi ricorrenti e nella psicologia primitiva alle rappresentazioni collettive (Lévy-Bruhl).

Jung preferisce descrivere la psiche con un modello immaginale, diverso da quello freudiano di tipo concettuale. Non bisogna però considerare gli archetipi come immagini fisse e condizionanti il successivo sviluppo dell’uomo perché non sono contenuti, ma forme a priori di apprendimento, predisposizioni a fare determinate esperienze piuttosto che altre.

  • Il Sé e il processo di individuazione. Il è il massimo potenziale dell’individuo, è la personalità nella sua intera complessità: esso rappresenta il momento iniziale della vita psichica e allo stesso tempo la sua meta finale.

Come antecedente dell’Io, il Sé rappresenta l’espressione indifferenziata di tutte le possibilità umane (mitologicamente è rappresentato dalla divinità da cui l’uomo si è differenziato grazie alla ragione) mentre come figura ulteriore, più ampia rispetto alla coscienza razionale, esso rappresenta una nuova ricerca di senso attraverso motivi esistenziali rimossi in passato per una sana costruzione dell’Io. Come antecedente dell’Io rappresenta la follia dell’indifferenziazione, mentre come fine ultimo della vita psichica esso è il luogo dove si attivano creatività e futuri alternativi. Il Sé va riattivato nella seconda metà della vita, quando l’Io è abbastanza forte da tenergli testa e desideroso di nuovi spunti per rinnovare la propria esistenza: questo processo di individuazione è un compito “eroico o tragico”, comunque “difficilissimo” ma il suo risultato finale è (ben oltre la guarigione) il raggiungimento della propria autenticità, di ciò che ciascuno propriamente è.

  • Tipologia. Secondo Jung non esistono meccanismi psicologici tipici della “natura umana” che siano uguali per tutti: gli uomini sono individui e pertanto differenti fra loro nel modo di pensare, intuire ed esperire sé e il mondo. I criteri per distinguere i differenti tipi psicologici sono l’atteggiamento (introverso o estroverso) e la funzione dominante (pensiero, sentimento, sensazione e intuizione): la combinazione dei due genera otto tipi di personalità. L’estroverso si relaziona al mondo in base a dati oggettivi; l’introverso in base alla risonanza soggettiva che tali dati producono. Le funzioni del pensiero e del sentimento sono dette razionali perché procedono per valutazioni di ordine mentale ed affettivo, mentre la sensazione e l’intuizione sono dette irrazionali perché procedono per percezioni, riferendosi a ciò che è immediatamente presente e a ciò che esso lascia presagire. Alcune di queste funzioni rimangono arretrate nel loro sviluppo e vengono definite inferiori: affinché il processo di individuazione sia completo è necessario riconoscere e accettare queste funzioni rimaste arcaiche e indifferenziate e integrarle nella dinamica dell’individuo psicologicamente maturo. La tipologia pone inoltre un problema di ermeneutica rappresentato da quella che Jung chiama “equazione personale”: la qualità tipologica dello psicologo condiziona le sue interpretazioni possibili “giacché si vede ciò che la propria individualità consente di vedere”. Per lo stesso Jung la psicologia è dunque troppo soggettiva per essere annoverata fra le scienze esatte.

 

A cura del Dott. Aldo Gabardo

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