Psicologia Cognitivista: storia e differenze con altre psicoterapie

Negli anni ’50 la psicologia, soprattutto quella sperimentale, era dominata dalla teoria comportamentista: perfino i primi portatori della psicologia cognitivista, pensavano che stessero dando vita ad una nuova fase del comportamentismo. Solo nel 1967, con l’uscita di Cognitive Psychology di Ulric Neisser, si inizierà a parlare di cognitivismo.

Psicologia Cognitivista

D.O. Hebb: percursore del cognitivismo

Il precursore del cognitivismo è D.O. Hebb, uno psicologo canadese che si pose per primo il problema delle cosiddette “variabili intervenienti”. Quei processi che si interpongono fra stimolo e risposta e che si svolgono all’interno dell’individuo (non osservabili). I neocomportamentisti avevano definito tali processi “costrutti ipotetici” per spiegare tutti quei fenomeni che non potevano essere interpretati direttamente come semplice corrispondenza fra stimolo e risposta.

Hebb era interessato ai “processi di mediazione” che consentono all’individuo di non rispondere immediatamente allo stimolo e, tramite strutture interne al sistema nervoso (assembramenti cellulari), gli permettono di comportarsi avendo a disposizione stimoli e risposte interne. Hebb è dunque il primo a interessarsi ai processi che si svolgono all’interno dell’individuo, non più sul piano del puro costrutto ipotetico, ma su quello del modello logico dello svolgimento dei processi mentali.

La rottura con la tradizione comportamentista sta proprio nella creazione di modelli validi per spiegare i comportamenti umani. Non è importante identificare realisticamente gli elementi del modello (ad esempio, esso può fare riferimento al sistema nervoso o ai circuiti di un computer) ma è importante che questo schema funzioni sul piano logico e consenta di simulare con successo (ottenendo cioè i medesimi risultati) i vari comportamenti.

La psicologia cognitivista

La psicologia cognitivista viene etichettata dispregiativamente “mentalistica” da parte dei comportamentisti poiché le categorie mentali, non essendo direttamente osservabili come quelle comportamentali (reazioni muscolari o ghiandolari), non potevano essere oggetto di ricerca scientifica e quindi chi le avesse utilizzate si sarebbe automaticamente posto al di fuori della scienza. In realtà il passaggio al cosiddetto mentalismo fu reso indispensabile dagli stessi costrutti teorici sui quali si basava il comportamentismo. Ad esempio l’operazionismo e l’empirismo logico. Non erano più in grado di spiegare tutti i comportamenti esclusivamente con variabili misurabili e osservabili, tanto che erano state introdotte le sopracitate variabili intervenienti. Lo stesso Tolman (noto comportamentista), aveva parlato di “mappa cognitiva” (termine mentalistico) per descrivere una sorta di rappresentazione mentale che l’organismo si costruisce dell’ambiente che lo circonda.

L’inizio del cognitivismo

L’inizio del cognitivismo può essere fatto risalire all’opera di K.J.W. Craick. Durante la seconda guerra mondiale condusse studi sul comportamento di tracking (il soggetto doveva seguire con una penna manovrata mediante due manopole il percorso di una pista che scorreva sotto di essa). Egli si rese conto che il soggetto umano impiegava almeno mezzo secondo per apportare una correzione. Questa scoperta apparentemente banale si rivelò invece di fondamentale importanza. L’uomo non opera tramite riflessi conseguenti ad uno stimolo ma esiste un meccanismo decisore che impiega almeno mezzo secondo per elaborare l’informazione e fornire una risposta (servomeccanismo di tipo cibernetico).

Craick dimostra che l’uomo può prendere una decisione ogni mezzo secondo, mentre G.A. Miller (1956) stabilisce un altro limite del funzionamento dei processi cognitivi dell’uomo: il numero “pezzi” (chunks) di informazione che si possono elaborare contemporaneamente è 7 (più o meno due, a seconda del compito eseguito).

Piano di comportamento

Un’altra pietra miliare del cognitivismo è considerata l’opera di G.A. Miller (psicolinguista), E. Galanter (psicologo matematico) e K. Pribram (neuropsicologo). Nella loro opera “Plans and the Structure of Behavior” (1960) provarono a dare alla psicologia un’unità di analisi che sostituisse il riflesso. Essi (facendo riferimento alla cibernetica e alla teoria delle informazioni) individuarono tale unità nel “piano di comportamento”, denominato TOTE (Test-Operate-Test-Exit).

Secondo il piano di comportamento (TOTE) il soggetto interagisce con l’ambiente non limitandosi a ricevere passivamente le sollecitazioni (come prevede il comportamentismo), ma verificando ogni 500ms (Craick) la congruenza fra il piano stesso e le condizioni ambientali.

Una più approfondita trattazione del cognitivismo (inteso come movimento filosofico) e della psicologia cognitiva esula dallo scopo divulgativo di queste pagine. Perciò invitiamo chi fosse interessato, a darsi a letture più specifiche. È però indispensabile ricordare che l’avvento del cognitivismo nella psicologia ha portato ad una vera e propria rivoluzione. Ha cambiato radicalmente il modo di concepire l’uomo e il suo funzionamento mentale. Tanto che attualmente è l’indiscusso approccio dominante in tutto il mondo (Italia esclusa ma anche da noi si sta rapidamente diffondendo).

Alcune delle ragioni dell’importanza rivoluzionaria del cognitivismo sono:

  • Il superamento, con l’introduzione del concetto di schemi cognitivi, dell’arida e limitativa spiegazione comportamentista del comportamento umano che si riduceva a stimolo-risposta;
  • L’interdisciplinarietà: la maggior parte degli scienziati cognitivi proviene dai ranghi di differenti discipline (filosofia, psicologia, informatica, linguistica, antropologia, neuroscienza);
  • L’ampiezza delle aree di indagine (che ormai vanno ben oltre i confini della psicologia), esse sono: sistemi di credenze, coscienza, evoluzione, emozione, interazione, linguaggio, apprendimento, memoria, percezione, performance, abilità, pensiero.
  • L’uso della rappresentazione mentale, concetto utilizzato per spiegare le attività cognitive umane e posto ad un “livello di analisi del tutto separato da quello biologico o neurologico da un lato e da quello sociologico o culturale dall’altro” (H. Gardner).

 

 

A cura del Dott. Aldo Gabardo

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