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Emozioni, pensieri e comportamenti sono strettamente correlati: come intervenire?

Nei precedenti articoli dedicati alla Terapia Razionale Emotiva abbiamo visto che il principio cardine è quello che non siamo turbati dagli eventi, ma dal modo in cui li interpretiamo. I pensieri irrazionali ci portano a provare emozioni distruttive quali ansia e depressione. Per liberarci di queste idee nocive dobbiamo destrutturarle mediante la disputa che ci dimostra la loro inconsistenza e illogicità. Abbiamo visto inoltre che questo procedimento non è affatto facile come potrebbe sembrare e che sono necessarie determinazione e costanza per potersi convincere fino in fondo dell’irrazionalità dei pensieri che sono alla base del nostro malessere.
A questo punto chi non conoscesse a fondo il pensiero di Albert Ellis e i dettami della RET potrebbe pensare che essa si basi su processi esclusivamente intellettuali, troppo distanti dalla realtà della vita: fra il dire, in questo caso il pensare, e il fare c’è di mezzo il mare!
Quel vecchio volpone di Ellis lo sapeva benissimo ed è per questo che a circa quarant’anni dalla creazione della RET volle cambiarne il nome in REBT (Rational Emotive Behavior Therapy) dove quella B sta appunto per behavior (comportamento), questa terapia ha infatti sempre avuto un approccio multi modale, essendo sia emotiva, che cognitiva e comportamentale.
Emozioni, pensieri e comportamenti sono strettamente correlati ed è impossibile cambiare gli uni senza intervenire sugli altri: non è sufficiente rendersi conto dell’irrazionalità dei propri pensieri se poi non si agisce contro di essi.
Riprendendo quanto affermato da terapisti comportamentali come Eysenck, Wolpe, Bandura, Rachman e altri, il solo modo di cambiare un’idea fissa è quello di agire contro di essa, impegnandosi in compiti per casa da svolgere nella vita di tutti i giorni. Forzandosi a mettere in atto comportamenti che contraddicono una nostra convinzione compulsiva, ossessiva o ansiogena possiamo renderci conto della sua infondatezza e liberarcene.
Quello che Watson ha definito “ricondizionamento attivo”, ossia costringersi a fare qualcosa che si ha paura di fare, libera realmente dalle convinzioni irrazionali.
Un esempio tipico, riportato dallo stesso Ellis, è quello di agire contro la paura delle donne. Molti uomini si sentono particolarmente impacciati nel rivolgere la parola a donne che non conoscono, ancor di più se ne sono attratti. Nella maggior parte dei casi ciò è dovuto alla paura del rifiuto, l’idea infatti di essere respinti da qualcuno può essere effettivamente insopportabile. Cosa c’è di meglio allora per sconfiggere questo particolare tipo di ansia che rivolgere la parola a tutte le donne sconosciute che si incontrano? Può darsi che nessuna di esse voglia continuare a vederci ma non è questo il punto, l’obiettivo è liberarsi del panico che suscitava in noi la possibilità di essere rifiutati. Ci si rende conto che parlando alle sconosciute non succede nulla di terribile o insopportabile, difficilmente verremo aggrediti o insultati, in compenso ci saremo sicuramente liberati della nostra fobia, forse in modo più rapido e definitivo rispetto alla disputa delle idee irrazionali.
Costringerci a fare qualcosa di cui abbiamo paura, più e più volte, dimostrerà a noi stessi che questa cosa non era poi così terribile o spaventosa. Tutti noi abbiamo avuto delle paure che abbiamo superato con l’esercizio: può darsi che avessimo paura degli esami universitari e poi ci siamo resi conto che se li avessimo superati o meno non sarebbe successo nulla, oppure avevamo paura di prendere l’aereo mentre adesso è una situazione temibile più o meno come prendere l’autobus.
Con la pratica possiamo superare ogni nostra paura irrazionale: che sia approcciare persone nuove, essere rifiutati da qualcuno a cui teniamo, praticare in maniera pessima qualche gioco, parlare in pubblico o fare una figuraccia in un locale affollato.
I sentimenti di vergogna o umiliazione sono inaccettabili per la RET perché essi includono un elemento razionale (“ho fatto qualcosa che la gente considera stupida e per questo potrei essere disapprovato”) ma anche uno irrazionale e autosvalutativo (“quindi sono una persona stupida o addirittura disgustosa!”).
A tal proposito Ellis negli anni 70 inventa gli esercizi antivergogna, il cui obiettivo è quello di aiutare le persone a smettere di vergognarsi irrazionalmente di qualunque cosa, anche se compiono azioni considerate vili, sciocche, incompetenti o in generale disapprovate dalla massa. Tali esercizi possono consistere nel rimandare indietro un piatto al ristorante, cantare a squarciagola per la strada, vestirsi in maniera inappropriata alla situazione o fare apprezzamenti sessuali molto pesanti al proprio partner in presenza di altri.
Ellis propone ulteriori esercizi simili ma elencarli tutti credo sia superfluo poiché il loro fine dovrebbe essere ormai chiaro agli ascoltatori: desensibilizzarsi rispetto alle situazioni che ci procurano ansia o timore.
Se avete intenzione di mettere in pratica questi suggerimenti sarà il caso che facciate bene attenzione a non esagerare, facendo qualcosa che vi faccia finire nei guai come ad esempio dare un calcio nel sedere a uno sconosciuto.
Naturalmente mentre si eseguono questi esercizi bisogna rifiutarsi categoricamente di provare vergogna, a tal proposito può aiutare dirsi frasi come: “La gente pensa che io sia matto! Non importa, lasciamoglielo pensare!”, “Sto facendo una cosa veramente stupida ma questo non vuol dire che io sia una persona stupida!” oppure “Sto facendo queste cavolate per superare le mie paure e questa è una gran cosa!”.
Alla luce di quanto detto è assurdo accusare la RET, che d’ora in poi chiamerò REBT, di eccessivo intellettualismo, essa come dice lo stesso Ellis è addirittura più comportamentale della terapia comportamentale stessa che utilizza la desensibilizzazione sistematica, una tecnica che associa il rilassamento muscolare all’immaginazione di situazioni ansiogene per poterle poi superare nella vita reale.
Nella REBT ci sono addirittura dei compiti per casa che presuppongono un rischio ben più alto dovendo superare le proprie paure nel mondo reale.
Questa terapia inoltre considera di fondamentale importanza i problemi reali, quelli della vita di tutti i giorni, è infatti impossibile scindere l’individuo dall’ambiente che lo circonda, che si tratti di quello sociale, costituito dalla famiglia, il lavoro e i conoscenti in genere, di quello esterno, fatto di edifici, strade, mezzi di trasporto o che si tratti di quello interno, costituito dal nostro corpo. Noi tutti influenziamo e siamo influenzati da questi ambienti ed è inevitabile che gli obiettivi che ci poniamo nella vita siano stabiliti in base all’interazione con essi.
Spesso capita però che nel perseguimento di questi obiettivi ci troviamo di fronte a problemi pratici ma come abbiamo visto nelle precedenti puntate siamo bravissimi a complicarci la vita e ci sentiamo turbati o sconvolti a causa di questi problemi. In pratica innestiamo un problema emozionale su un problema reale.
Ad esempio si può essere ansiosi rispetto ad una decisione da prendere come quella di continuare o concludere la relazione col nostro partner e ciò non ci consente di capire quale sia il nostro reale desiderio: il senso di colpa potrebbe indurci a rimanere insieme anche se in realtà non vorremmo o al contrario la rabbia che proviamo nei suoi confronti potrebbe indurci ad allontanarci anche se in fondo il nostro desiderio sarebbe quello di proseguire la relazione.
Inoltre si potrebbe essere talmente presi da questo problema da non trovare il tempo per prendere serenamente una decisione o addirittura esserne così sconvolti da non riuscire a raccogliere i pensieri per cercare di risolverlo.
Per poter risolvere un problema pratico è perciò necessario risolvere prima quello emozionale ad esso connesso mettendo in discussione nel solito modo le idee irrazionali che ne sono all’origine.
Per quanto riguarda la decisione di lasciare o meno il nostro compagno o la nostra compagna, l’ansia o il panico ad essa connessa sono generate da convinzioni che abbiamo già visto più volte e sulle quali non intendo tornare quali “non troverò mai più nessuno come lui o come lei”, “resterò per sempre solo ed infelice”, ecc…
Tuttavia ci sono molti altri problemi che potremmo incontrare nella vita di tutti i giorni: ad esempio potremmo avere problemi sessuali e provare una cocente vergogna a causa di essi oppure vorremmo fare nuove amicizie ed essere bloccati dall’ansia o ancora ci piacerebbe rimetterci in forma ma al contempo angosciarci all’idea di sostenere un tipo di allenamento che non ci piace.
Prima di tutto dobbiamo scovare le doverizzazioni, le aspettative dogmatiche, le terribilizzazioni, le catastrofizzazioni e i bisogni imprescindibili che accompagnano le nostre fobie riguardanti le decisioni pratiche da prendere, dopodiché dobbiamo metterle in discussione per poter prendere tali decisioni serenamente.
Ad esempio: “Perché è una catastrofe avere problemi sessuali?” o “Perché se ho tali problemi non valgo niente?”, “Dove sta scritto che devo essere una creatura sovrumana sempre e comunque all’altezza in ogni situazione?”. Una volta distrutte queste idee irrazionali per giungere a conclusioni razionali come “Non è piacevole avere questo tipo di problemi ma questo non vuol dire che sono una persona finita o che non valgo nulla” saremo in grado di trovare una soluzione ragionevole al problema come ad esempio intraprendere un corso di educazione sessuale.
Se siamo invece angosciati all’idea di fare nuove amicizie è probabile che dovremo superare l’insopportabilità del rifiuto per poi intraprendere un training assertivo o infine se non sappiamo che corso di ginnastica intraprendere è probabile che dovremo porci domande come “Perché dovrei rimettermi in forma senza faticare?”, “Come può essere facile riacquistare tono muscolare se sono anni che non faccio niente?” e solo allora potremo decidere quale potrebbe essere il tipo di attività fisica che meglio si confà alle nostre caratteristiche.
Smontato il problema emotivo che abbiamo innestato sul problema pratico potremo quindi risolvere quest’ultimo con un vero e proprio processo di problem solving, analizzando tutte le possibili alternative per poi scegliere quella che ci sembra la migliore. Una volta formulato il piano d’azione dobbiamo agire subito, senza alcun indugio e con fermezza.
C’è ancora qualcuno che pensa che la REBT sia un approccio alla psicoterapia eccessivamente intellettuale?
Credo di no e proprio perché è così legata alla pratica essa richiede applicazione ed esercizio costanti, come vedremo nei prossimi articoli.

Del Dott. Aldo Gabardo

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