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Empatia, arte, sensibilità e bellezza: salvarsi dall’indifferenza

Nell’ordinario uso linguistico, il termine empatia è quasi sempre riferito all’intersoggettività, agli atti sociali e alle relazioni umane. Lo impieghiamo in modo molto spontaneo, nella vita di tutti i giorni, come sinonimo di vicinanza, condivisione, solidarietà, altruismo, accoglienza, cura, sintonia, ascolto. Eppure «empatia» è una parola molto più profonda, molto più intensa, che riserva non poche sorprese.

Empatia, arte, sensibilità e bellezza: salvarsi dall’indifferenza

Empatia nell’ arte

Pochi sanno che, nella cultura europea di fine Ottocento, lo studio dell’empatia come «sentire dall’interno» conosce una grande diffusione nell’area tedesca di ricerca in relazione all’arte o estetica filosofica. Il motivo di un tale interesse risiede nel suo significato di indagine dei «sensi» e della «sensazione». Infatti, il termine greco aisthesis significa proprio sensazione, percezione, sentimento; in filosofia, si definisce «estetica» la dottrina della conoscenza sensibile, che concerne il sentimento del bello e del sublime nella natura e nell’arte.

Che cosa è la sensibilità?

Cosa proviamo davanti a quadri, sculture, dipinti, ritratti, icone, immagini? Che ruolo hanno i colori nella nostra esperienza percettiva? C’è empatia soltanto tra gli esseri umani? Oppure qualcosa avviene anche tra gli esseri umani e le «cose» che cadono sotto la luce e quindi si offrono al nostro campo visivo, al nostro sguardo, al nostro «sentire»?

Se si risponde in modo affermativo a quest’ultimo quesito, allora anche le cose, o meglio gli oggetti inanimati, hanno un «dentro». L’essere umano carica di páthos quei corpi, quelle forme sensibili che costituiscono l’oggetto del nostro percepire e vi riconosce il dono di creatività.

Si potrebbe obiettare che quadri, ritratti, sculture, immagini, icone e dipinti sono cose, soltanto cose, nient’altro che cose. Oggetti privi di vita propria, muti, inerti, indifesi, neutri. Ma siamo sicuri che sia proprio così? Forse non è superfluo osservare che non solo l’opera d’arte sopravvive all’artista nel tempo e quindi è baciata da un tocco di eternità, ma che non gli appartiene, perché proviene da altrove: dal mistero di creatività ed è patrimonio di tutti.

La bellezza salverà il mondo

«La bellezza salverà il mondo». Nell’Idiota di F. Dostoevskij, il principe Miŝkin pronuncia questa semplice frase, capace di toccarci in profondità e accendere tutti i colori dell’arcobaleno. Ma che cos’è la bellezza? E perché salva il mondo da ogni grigiore, da ogni viltà, da ogni indifferenza? Qui si apre un discorso molto interessante, che sin da Platone lega il bello al buono, la bellezza al bene.

L’empatia fornisce una risposta filosoficamente interessante, invitandoci a pensare al modo in cui lo spirito si rende visibile attraverso un corpo. Comprendiamo così che l’empatia non ha niente a che fare con il sentimentalismo, ma riguarda quella formidabile grammatica del «sentire» che pertiene all’animo umano.

di Patrizia Manganaro

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