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Il neoconfucianesimo

Nel periodo Song (960-1279), nel pensiero dei filosofi assume un’importanza fondamentale il concetto di li, il principio celeste (o ideale) che è al di là delle forme sensibili. Il filosofo più importante di quel periodo è Zhu Xi (1130-1200), il fondatore della Scuola del li: è l’autore di quello sviluppo del pensiero confuciano che chiamiamo neoconfucianesimo.

Nella dottrina di Zhu Xi il li rappresenta in un certo senso il tessuto connettivo e nascosto su cui è costruito l’Universo. Tuttavia, questi principi celesti non sono esterni all’Universo: sono, allo stesso tempo, ciò che c’è di più vicino a noi, poiché è possibile per l’uomo virtuoso ritrovarli nel centro del suo essere: il cuore. Zhu Xi riprende così l’insegnamento di Mencio, affermando: “Il cuore è l’intelligenza spirituale, con la quale l’uomo contiene tutti i principi ed è in corrispondenza con tutte le cose“.

Egli centra l’attenzione in particolare sugli insegnamenti contenuti in quattro opere: i Dialoghi; l’opera di Mencio, detta dal suo nome in cinese Mengzi; Il grande studio e L’invariabile mezzo.

L’interpretazione dei Classici confuciani data da Zhu Xi viene accettata soltanto diverso tempo dopo la sua morte e  diventa la dottrina ufficiale nel 1313, quando in Cina dominavano gli invasori Mongoli, che avevano fondato la dinastia Yuan. Come succede spesso, il pensiero di Zhu Xi, rivoluzionario nella sua epoca, diventa col tempo un pesante ostacolo per un ulteriore sviluppo del pensiero cinese. I “Quattro libri” da lui elogiati diventano materia obbligatoria di esame per i letterati che desideravano accedere alla carriera di funzionario. Inoltre, l’interpretazione di queste opere data dalla scuola di Zhu Xi diventa l’unica accettata, con conseguenze disastrose sulla libertà di critica personale.

È pur vero che nel tempo sono apparsi anche filosofi confuciani con posizioni distinte: fra loro, Wang Yangming, vissuto tra il 15° e il 16° secolo, e Li Zhi (16° secolo). Con la salita al potere dell’ultima dinastia dei Qing nel 1644, tuttavia, il forte controllo imperiale sui letterati impedì l’emergere di figure nuove. Contemporaneamente, iniziava il lento declino della società tradizionale cinese, che avrebbe portato alla fine dell’Impero nel 1911.

Il pensiero neoconfuciano ha garantito alla civiltà cinese un’eccezionale continuità senza impedire, almeno in una prima fase, lo sviluppo della tecnica: fino al 15° secolo, la Cina fu molto più avanzata dell’Europa in svariati campi del sapere. È dalla Cina che nei secoli giunsero importanti innovazioni tecniche: la carta, la bussola, la polvere da sparo, la stampa a caratteri mobili.

Il grande peso della tradizione, del rispetto per i grandi pensatori del passato e per le loro opere, era però la causa principale che ha impedito quel processo che da noi ha portato al Rinascimento e alla nascita della scienza moderna. L’incontro con le potenze occidentali, soprattutto a partire dall’Ottocento, è stata fatale per la Cina confuciana e per l’Impero: solo nel Novecento si sarebbe fatta strada la consapevolezza che bisognava imparare dai ‘diavoli’ occidentali per far rinascere la Cina.

Oggi il confucianesimo può essere considerato morto? Sì e no. Sì, se si considera il pensiero confuciano nella sua forma tradizionale: essa appartiene ad una fase storica ormai finita. Ma elementi importanti del confucianesimo, come il rispetto della gerarchia, degli anziani, la maggiore importanza data alla società nel suo insieme più che al singolo individuo, restano vivi ancora oggi nella società cinese, che pure è caratterizzata da aspetti di grande modernità.

In questo senso, sembra che il confucianesimo possa convivere più che bene con l’era dei computer e di Internet! Il banco di prova sarà verificare se questi elementi potranno in futuro integrarsi con il concetto di democrazia, come lo intendiamo in Occidente.

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