La teoria dell’anatta: come il Buddhismo intende l’anima e perchè soffriamo!

La teoria dell'anatta: come il Buddhismo intende l'anima e perchè soffriamo!

Il Buddhismo non intende  l’anima come la sostanza individuale, personale, autonoma e immortale nei confronti del corpo. Sostiene, invece, che non c’è nessuna anima, dunque c’è una non-anima, che viene chiamata anatta.

L’anima, quindi, o l’io o il sé non esistono. Quel che è chiamato “io” è una combinazione continuamente mutevole di forze ed energie mentali e fisiche, che sono di per sé vuote, irreali.

Noi siamo abituati a dire che il corpo o le abitudini o i pensieri di una persona appartengono ad un sé, ed in questo modo suggeriamo che, oltre a ciò che è posseduto, esiste anche un possessore – l’io – di tali processi. In realtà, secondo il Buddhismo, questo è soltanto un modo di dire: la dottrina della anatta nega che il cosiddetto sé sia una sostanza indipendente dai processi che formano una persona.

Si considera inoltre che per il Buddhismo la credenza in un sé sostanziale è proprio alla base della sofferenza, perché tale credenza rende possibile l’attaccamento dei vari processi appunto ad un sé che soffrirebbe: io soffro, io gioisco, io agisco… Questo errore fondamentale, questo ignorare quale sia la verità (secondo il Buddhismo) permette l’attaccamento e rende per questo reale la sofferenza ed impossibile a superarsi.

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