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Raja Yoga / Ashtanga Yoga

Il Raja Yoga (dal sanscrito Raja – re, e Yoga – unione, -la Via Regale-), detto anche Ashtanga Yoga, è uno dei quattro sentieri di base per raggiungere la salvezza (insieme a Bhakti Yoga, Jnana Yoga e Karma Yoga).

Il Raja Yoga vede la natura umana come un regno composto da molte tendenze psicologiche e attributi fisici, ognuno dei quali richiede un’attenzione particolare. Un re non può permettersi di favorire una classe a spese di tutte le altre, perché lo scontento che provocherebbe farebbe nascere i semi della ribellione.

Allo stesso modo, l’uomo progredisce più facilmente, quando tutti gli aspetti della sua natura si sviluppano in modo armonioso. Il raja yogi o yogi regale, ha il “dovere” di governare saggiamente e con moderazione il proprio regno, sviluppando tutti gli aspetti della propria natura in modo equilibrato e integrato. Poiché è l’anima che governa veramente il regno interiore dell’uomo, lo sviluppo della coscienza dell’anima per mezzo della meditazione quotidiana rappresenta l’attività principale del Raja Yoga. Tuttavia, perfino la meditazione, se unilaterale, può provocare squilibri. Il raja yogi è, quindi, incoraggiato a sviluppare tutti i lati della sua natura, ma sempre con l’obiettivo di neutralizzare le onde delle sue attrazioni e repulsioni, non di esprimersi egoisticamente creando sempre nuovi vortici di coinvolgimento personale.

Patanjali, il grande esponente del Raja Yoga dei tempi antichi, ha scritto che il sentiero verso l’illuminazione abbraccia otto stadi (il suo insegnamento è, infatti, conosciuto come Ashtanga Yoga, o yoga degli otto passi). La spiegazione di questi otto passi contribuirà a fornire una comprensione degli scopi e delle direzioni più profonde dello yoga. Sarà d’aiuto anche nello studio delle posizioni di yoga.

I primi due stadi del sentiero degli otto passi di Patanjali sono conosciuti come Yama e Niyama. Yama significa controllo; Niyama, non-controllo. Letteralmente questi due stadi rappresentano ciò che si fa e ciò che non si fa sul sentiero spirituale. Si potrebbe definirli “I dieci comandamenti” dello yoga (è interessante che anch’essi siano dieci).

Il loro scopo fondamentale è quello di farci raccogliere nel secchio della mente il latte della pace interiore, tappando i buchi causati dall’irrequietudine, da attaccamenti e desideri sbagliati e da varie forme di vita poco armoniosa.

Le regole di yama (astinenze, regole di comportamento, “ciò che non si fa”) sono cinque;

  • Non-violenza, o Ahimsa
  • Non-mentire, o Satya
  • Non-rubare, o Asteya
  • Non-sensualità, o Brahmacarya
  • Non-avidità o non-attaccamento, o Aparigraha

È interessante notare che tutte queste virtù sono espresse in termini negativi. L’implicazione è che, quando togliamo di mezzo le nostre illusioni, non possiamo che essere benevoli, sinceri, rispettosi della qualità altrui, e così via, dato che siamo buoni per natura. Agiamo diversamente non perchè sia naturale farlo, ma perché abbiamo scelto uno stato innaturale di egoistica disarmonia.

Le regole di niyama (osservanze, autodisciplina, “ciò che si fa”) sono;

  • Purezza o Sauca
  • Contentezza o Santosa
  • Austerità o Tapas
  • Studio di sé, introspezione o Svadhyaya
  • Devozione al Signore Supremo o Ishvara pranidhana

Ognuno di questi principi, quando è praticato perfettamente, conferisce compense spirituali ben definite.

Il terzo stadio del sentiero degli otto passi è conosciuto come asana, che significa semplicemente posizione. Si sostiene che Patanjali si riferisse alla necessità di praticare le posizioni di yoga come preparazione alla meditazione. Patanjali, tuttavia, non parlava di pratiche, ma di diversi stadi di sviluppo spirituale. In questo caso, quindi, posizione non significa una particolare serie di posture, ma solo la capacità di mantenere il corpo fermo come prerequisito per la profonda meditazione. Qualunque postura comoda andrà bene, a patto che la spina dorsale sia mantenuta eretta e il corpo rilassato. Si dice che un segno di perfezione in asana sia la capacità di rimanere seduti immobili, senza muovere un muscolo, per tre ore. Finché non si è  padroni del corpo, non si possono raggiungere le percezioni più elevate, così sottili da poter sbocciare solo nella quiete perfetta.

È bene ovviamente praticare alcune posizioni yoga prima della meditazione. Esse aiutano a raggiungere asana o la postura ferma. Molti studenti alle prime armi pensano di dover perfezionare la pratica delle posizioni yoga per poter anche solo provare a meditare. Non è corretto. Per imparare la meditazione non serve neppure conoscere una posizione; esse sono solo un aiuto, anche se grande, per la meditazione.

Il quarto stadio del sentiero di Patanjali è pranayama, intesa non come una semplice pratica, ma come un’ulteriore stadio di sviluppo spirituale dove il collegamento con il respiro è solo secondario. Prana significa respiro, ma soltanto per la stretta relazione che esiste tra il respiro e ciò che provoca: il flusso di energia all’interno del corpo. La parola prana si riferisce principalmente all’energia stessa. Pranayama, dunque, significa controllo dell’energia. Poiché esso viene spesso effettuato con l’aiuto di esercizi di respirazione, tali esercizi sono anche conosciuti come pranayama.

Patanjali si riferiva al controllo dell’energia che si raggiunge come risultato di varie tecniche, non alle tecniche in se stesse. Il termine pranayama esprime lo stato in cui l’energia del corpo viene armonizzata fino al punto in cui il suo flusso si inverte: non più all’esterno, verso i sensi, ma all’interno, verso il Sé Divino che dimora nel cuore di tutti gli esseri. Solo quando riusciamo a dirigere tutta l’energia del corpo verso questo Sé, la nostra consapevolezza diviene sufficientemente intensa e può penetrare oltre i veli dell’illusione ed entrare nella supercoscienza.

Il quinto stadio del viaggio di Patanjali è conosciuto come pratyahara, l’interiorizzazione della mente. Dopo aver ridiretto l’energia verso la sua fonte nel cervello, dobbiamo interiorizzare la coscienza, così che anche i nostri pensieri non vaghino lungo gli interminabili sentieri secondari dell’irrequietudine e dell’illusione, ma siano fatti convergere sui misteri più profondi dell’anima immanente. I diversi capi di un filo devono essere raccolti in uno solo, prima di poter essere infilati nella cruna di un ago. Lo stesso vale per la mente: dobbiamo concentrare pensieri ed energie, se speriamo di penetrare nello stretto tunnel che ci conduce al divino risveglio.

Il sesto stadio di Patanjali è dharana, contemplazione o consapevolezza interiore concentrata. È possibile divenire consapevoli di realtà spirituali interiori –come la luce o il suono interiore, o profondi sentimenti mistici- anche prima di giungere questo livello, ma è solo dopo averlo raggiunto che possiamo abbandonarci completamente alla profonda concentrazione su quelle realtà.

Il settimo stadio è dhyana: meditazione, totale immersione. Con la concentrazione prolungata su un grado della coscienza, cominciamo ad assorbirne le qualità. Meditando sui piaceri dei sensi, il Sé interiore comincia ad identificare la propria felicità con la gratificazione proveniente da quegli stessi piaceri; l’individuo dimentica che il Sé immanente è la vera fonte del suo piacere. (Se la felicità fosse realmente causata da qualcosa di materiale, tutti gli uomini sarebbero felici. Il fatto che non sia così dimostra che sono le nostre relazioni alle cose, piuttosto che le cose stesse, a darci quell piacere). Inoltre, concentrandoci sui nostril difetti non facciamo che rafforzarli. Dovremmo concentrarci sulla virtù, se vogliamo diventare virtuosi. Se ci concentriamo sulla luce interior, quindi, o su qualunque altra realtà divina che percepiamo quando la mente è calma, possiamo assimilarne gradualmente la qualità. La mente perde così la sua identificazione con l’ego e comincia ad immergersi nel grande oceano della coscienza di cui fa parte.

L’ottavo passo del viaggio di Patanjali è conosciuto come Samadhi, unione. Si giunge al Samadhi dopo aver imparato a dissolvere la coscienza dell’ego nella calma luce interiore. Se spezziamo realmente la presa dell’ego e scopriamo di essere nella luce, nulla potrà più impedirci di espandere la nostra coscienza all’infinito. Nei più alti stadi di Samadhi, il devoto può non solo mantenere il proprio senso d’identità con l’oceano infinito, ma anche essere consapevole della piccola onda del proprio ego e agire per mezzo di essa. Può conversare, lavorare, sorridere e vivere a ogni livello come un essere umano normale, ma senza mai perdere il suo contatto interiore con la divinità. Non si deve credere che questi stati siano illusory. Sono la realtà; sono le nostre limitazioni attuali ad essere un’illusione.

Questi stati sottili di sviluppo spirituale possono essere raggiunti, a un livello inferiore, anche nella comune esistenza umana. Anche le verità più elevate possono essere messe in relazione alla vita pratica di tutti i giorni. È per questo che ogni persona intelligente può trarre beneficio dallo studio della filosofia.

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